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Il serpente, il fiume e l'isola. Come Esculapio giunse a Roma

Il serpente, il fiume e l'isola. Come Esculapio giunse a Roma

4/4/2020

L’anno 460 dalla fondazione di Roma (293 a.C.) fu coronato da importanti operazioni militari e conquiste: sul fronte etrusco ma soprattutto su quello sannita, dopo molti anni di guerre sfiancanti per entrambe le parti. La “Capitale del mondo” contava allora 262.321 abitanti secondo l’ultimo censimento, si erano tenuti con il consueto successo i giochi pubblici e, con il denaro ricavato dalle ammende, si erano riuscite a compiere importanti opere di manutenzione in città. Era stata lastricata per intero la strada che, dal tempio di Marte, conduceva fino all’antico insediamento latino di Boville, a sud. In quell’anno, tuttavia, un’unica sciagura bastò a offuscare tutti gli eventi positivi: una devastante epidemia si scatenò sulla città e le campagne, “segno di una volontà soprannaturale”, racconta Tito Livio nel X libro della storia di Roma ab Urbe condita. Il Senato allora ordinò che si consultassero i Libri Sibillini per conoscere il rimedio a quella calamità, oppure per sapere se quella fosse la fine del popolo e della città di Roma. Tutti gli sforzi intrapresi fino allora, infatti, erano risultati vani. I corpi esangui si ammassavano sulle vie, i riti funebri si susseguivano senza sosta, l’aria stessa pareva contaminata.

Il responso fu chiaro: da Epidauro, sulle coste del Peloponneso, sede del più antico e più importante centro del culto di Asclepio in Grecia fin dal VI secolo, sarebbe dovuto venire a Roma il dio in persona. La delegazione partì l’anno successivo, guidata dall’ambasciatore Quinto Ogulnio Gallo. Il resto lo racconta Ovidio nel XV Libro delle Metamorfosi. A Epidauro i sacerdoti si consultarono a lungo se fosse opportuno o meno che il dio lasciasse la sua sacra dimora per recarsi a Roma. Quando scese il crepuscolo, fu lo stesso Asclepio a esprimere la sua volontà. Si manifestò nelle sue forme consuete, un uomo maturo dall’aspetto rassicurante, con un bastone nella mano sinistra attorno a cui si snoda sinuoso un serpente e, accarezzandosi la lunga barba, con voce calma disse: non temere, Romano! Verrò e lascerò una statua di me stesso. Il giorno seguente, un serpente dagli occhi di fuoco e la cresta dorata, uno dei tanti che erano ospitati nel santuario del dio guaritore, sibilando per tre volte scosse il tempio dalle sue fondamenta e allora il volere del dio fu manifesto: ai Romani fu concesso il sostegno che chiedevano. La delegazione seguì il serpente fino al centro della città e poi al porto, quindi presero tutti posto sulla nave, insieme alla statua. Dopo sei giorni di dolce navigazione, l’imbarcazione raggiunse le coste italiane del mar Jonio, costeggiò Capri, Sorrento, Ercolano, l’antro della Sibilla Cumana e finalmente la terra di Circe, nel Lazio, fermandosi sulle rive di Anzio. Il serpente srotolò allora le sue spire fino agli altari del tempio di suo padre Apollo per rendergli omaggio, per poi dirigersi, di nuovo a bordo della nave, verso Lavinio e da qui alle bocche del Tevere. Entrò a Roma tra il trionfo della folla che si addensava da ogni parte. Giunto dove il fiume si dirama in due, con in mezzo una lingua di terra, il serpente si alzò eretto: aveva scelto quella sede come sua sacra dimora. Tre anni dopo lo scoppio dell’epidemia, quando ancora il morbo imperversava decimando la popolazione, fu terminata la costruzione del santuario nella zona meridionale dell’Isola Tiberina, Asclepio divenne Esculapio e stabilito il suo dies natalis al primo gennaio. Fu la prima divinità, dopo Apollo, a essere “importata” dal mondo greco in quello romano. Lo stesso Apollo a Roma fu conosciuto principalmente come dio guaritore, per via della sua qualità “purificatrice”.

L'Isola Tiberina raffigurata comeuna nave con il tempio di Esculapio sulla sinistra, in una incisione cinquecentesca. Metropolitan Museum of Art

Un secolo più tardi, nel 182 a.C. Esculapio fu di nuovo invocato dall’intera comunità romana per intervenire su un’epidemia che stava affliggendo l’esercito. In quell’occasione, ricorda Tito Livio in un altro passo, i decemviri furono inviati a consultare ancora una volta l’oracolo sibillino, quindi ingiunsero “offerte e statue dorate” e si stabilirono due giorni di supplica alla quale parteciparono tutti i cittadini che avessero compiuto i dodici anni, recando in mano e sul capo corone di alloro. Dopo questa data non vi sono altre testimonianze di celebrazioni ufficiali istituite dal Senato; nel corso dell’età repubblicana, il suo culto si declinò via via verso una devozione più privata, invocato come dio protettore non solo della salute ma, per estensione, del benessere dell’individuo, della casa e della famiglia. Lo testimoniano le numerose iscrizioni di dediche e ringraziamenti per aver ottenuto il successo in qualche affare, una benedizione, l’affrancamento dallo stato di liberto o, in generale, un miglioramento della propria condizione di vita. Questo non vuol dire, tuttavia, che il dio non ebbe più un culto pubblico. La figura di Esculapio a Roma continuò a rimanere fondamentale per lo Stato e per gli organi militari, particolarmente esposti al rischio di contrarre malattie e infezioni, mentre in epoca imperiale la sua importanza negli affari pubblici è testimoniata dal titolo di conservator Augustorum, garante e protettore della salute personale dell’imperatore, con un impulso importante soprattutto sotto gli Antonini e i Severi. Una statuetta databile al primo secolo d.C., raffigurante Esculapio con la barba e il mantello rinvenuta in Umbria, è tuttora ospitata nella Sala delle Colombe dei Musei Capitolini. In compagnia di sua figlia Igea, la Salus romana, è presente in un rilievo a carattere sacro conservato negli stessi Musei Capitolini nella Sala dei Filosofi. Una statuetta inmarmo greco, copia di un originale del V secolo a.C., è conservata nella Sala Macchine della Centrale Montemartini. Nel tardo Impero infine, per gli influssi delle religioni misteriche che provenivano dall’Oriente e dall’Egitto ormai ellenizzati, ad Asclepio/Esculapio fu affiancato l’attributo sotèr, “salvatore”, come ricorda l’iscrizione sul frontone del tempietto di Villa Borghese dedicato al dio, edificato alla fine del Settecento.

Affresco di età bizantina nella cappella dei Santi Medici in Santa Maria Antiqua, ai Fori. L'iconografia di Gesù ricorda quella di Asclepio/Esculapio

Il luogo di culto di Esculapio a Roma fu principalmente l’Isola Tiberina, dove venne venerato per oltre sei secoli. Oltre a questo, solo un sito è stato identificato con chiarezza come santuario di Esculapio guaritore e si trovava sull’Esquilino, presso le terme di Traiano, forse in origine frequentato dalla comunità greca locale, mentre tracce di un altro possibile sito sono state rinvenute nei pressi della via Cassia, a nord della città, probabilmente costruito per coloro che non potevano recarsi all’Isola Tiberina perché troppo distante.

Quattro quesiti per conoscere Asclepio/Esculapio

1. Qual è la più antica testimonianza di Asclepio nella letteratura greca?

a) L’Iliade b) L’Odissea c) La Teogonia di Esiodo

a) L’Iliade è la più antica fonte di cui disponiamo. Il suo nome compare in quattro canti in qualità di padre dei due eroi-medici Macaone e Podalirio, che erano a capo di trenta navi partite dalle città tessale di Tricca, Ecalia e dalla “rocciosa Itome” per combattere insieme agli Achei contro Troia. In Omero, Asclepio appartiene a una dimensione eroica, non divina. Egli è uno iatros (medico) e non compie azioni: è ricordato come capostipite, probabilmente di alto rango, di una stirpe di guerrieri mitici dalle capacità mediche di straordinaria efficacia. Figlio di Apollo e di Coronide, il suo mito fu tramandato in diverse varianti. Ne parleranno anche Esiodo, più o meno contemporaneo ad Omero, e soprattutto Pindaro, che ne consolida la tradizione.

2. Chi era sua madre Coronide, sedotta dal dio Apollo mentre si rinfrescava nelle acque di un lago?

a) Una ninfa b) Una dea c) Una principessa

c) Coronide era una mortale, figlia del re Flegias, e viveva nella regione settentrionale della Tessaglia. Rimasta incinta del “puro seme del dio”, Coronide si innamorò di uno straniero, il giovane e valoroso Ischys figlio del re d’Arcadia, fino a rifiutare le nozze con Apollo disposte da suo padre. L’ira del dio si scatenò allora sul regno di Flegias: i boschi bruciarono, in molti morirono, e Coronide fu colpita nel suo letto poco prima di partorire. Allora Apollo, volendo riscattare suo figlio, aprì il ventre materno, ne estrasse il bambino e lo consegnò al centauro Chirone affinché lo istruisse. Asclepio crebbe imparando le arti di guarire e alleviare le sofferenze con le erbe e dolci incantesimi, farmaci, pozioni, bendaggi e altri interventi miracolosi.

3. Come si otteneva la guarigione?

a) Bruciando incensi e aromi ai piedi della statua b) Durante il sonno c) Offrendo in sacrificio una giumenta

b) I santuari del dio erano dei veri e propri “ospedali”, composti da grandi edifici e spaziosi giardini dove spesso scorreva un corso d’acqua o una sorgente, che ospitavano i numerosissimi pellegrini provenienti da ogni parte della Grecia. Di notte, i malati dormivano con l’orecchio appoggiato sulla terra per “ascoltare la voce del dio” che poteva manifestarsi in sogno in forma umana o serpentina. Questa modalità in latino è chiamata incubatio, enkóimesis in greco, e consiste nel dormire in uno spazio sacro e durante il sonno ricevere la guarigione, una comunicazione o un responso.

4. Quanti serpenti sono attorcigliati attorno al suo bastone?

a) Due b) Tre, due ai lati e uno al centro c) Uno solo

c) Da non confondere col caducèo di Hermes/Mercurio, che di serpenti ne reca due, il bastone di Asclepio presenta originariamente un solo serpente che gli si arrotola fino alla sommità. I serpenti, che in qualità di animali sacri del dio erano ospitati nei santuari e al loro benessere si dedicavano pellegrini e sacerdoti, erano associati alle profondità della terra. Asclepio infatti trascorre i suoi primi anni insieme al centauro Chirone tra i boschi e nelle caverne, studiando i misteri della natura.