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Coppedè, il quartiere romano che non c'è

Coppedè, il quartiere romano che non c'è

2/5/2020

Si chiama “quartiere Coppedè”, ma non è un vero e proprio quartiere di Roma. Più propriamente è un isolato, composto da 17 villini e 26 palazzine che si articolano intorno a piazza Mincio, lungo vie a raggera situate tra corso Trieste, via Tagliamento e via Chiana, delimitate da via Salaria e via Nomentana, nella parte più centrale dell’ampio quartiere Trieste (XVII). È l’esperimento architettonico più originale intrapreso a Roma nei primi decenni del secolo scorso, un agglomerato “fantastico”, risultato di una sfrenata ideazione, stracolma di particolari. Coppedè è il cognome dell’architetto progettista dell’intera zona abitativa, ma è anche il nome di uno stile, di un gusto e di una moda, comune sia alla mobilia che all’architettura e che caratterizza buona parte del gusto italiano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Lo “stile Coppedè” nasce nella Casa Artistica Coppedè di Firenze, bottega fondata da Mariano, artigiano, decoratore, intagliatore, ebanista e scultore, famoso per i suoi lavori in cui privilegia le espressioni decorative del Cinquecento e del Manierismo. Un gusto che si inserisce perfettamente nell’Eclettismo dell’arte europea a lui contemporanea. I figli lavorano a bottega con il padre imparando il mestiere e due di loro, Luigi (Gino appunto) e Adolfo, diventano architetti, trasferendo nelle grandi opere quell’esaltazione del particolare di gusto artigiano, imparato nella bottega paterna. Lo “stile Coppedè” infatti, nell’architettura, presuppone proprio l’ingigantimento, il paradosso, la rivisitazione, spesso originale, di quei caratteri ora gotici, ora quattrocenteschi, ora cinquecenteschi, parte integrante della cultura e del gusto italiano, con una non trascurabile attenzione anche all’esotico e al moresco.

Gino Coppedè (1866-1927), il personaggio più noto della famiglia, è un conoscitore profondo del Liberty e dell’Art Déco, con una predilezione per l’antico. Studia ed approfondisce il Medioevo, il Manierismo e il Barocco romano e nelle sue architetture mette in pratica, in modo eclettico e paradossale, l’insieme di queste forme. Il primo importante esempio di questo stile architettonico, la sua prima opera di successo come architetto, è l’edificazione del Castello MacKenzie a Genova (terminato nel 1902), un vero e proprio maniero, con riferimenti evidenti alle forme del fiorentino Palazzo della Signoria. È il primo di una lunga serie di costruzioni borghesi in “stile Coppedè” realizzate a Genova e in Liguria, e poi a Firenze, Milano, Messina… anche grazie alla collaborazione con gli imprenditori Cerruti e la loro “Società Anonima Edilizia Moderna, gli stessi che lo chiameranno poi, nel 1915, a lavorare a Roma per la progettazione di questo nuovo nucleo abitativo.

Il “quartiere”, progettato dall’architetto Coppedè, doveva essere destinato alla borghesia romana, con palazzi anche per i ceti medio-alti. Senonché dopo la Prima Guerra Mondiale, in relazione alle mutate condizioni economiche, si decise di privilegiare una tipologia ancor più signorile, più esclusiva e più rappresentativa. Tutto, infatti, pare finalizzato al gusto della meraviglia, alla esigenza di lusso richiesta dalla committenza, quale precisa istanza di una società altoborghese per la quale questa architettura, ancora alla metà degli anni Venti, rappresentava il massimo della ricercatezza.

La Commissione edilizia voleva dare all’insieme architettonico un’impronta romana. Così Coppedè utilizzò cornici e modanature stile Roma imperiale ed un arcone, affiancato da due torri, richiamante gli archi di trionfo del Foro Romano. Ed è questo arcone altisonante, da cui pende un enorme lampadario in ferro battuto, uno degli accessi al caseggiato: in via Dora, entrando da via Tagliamento. Il piano sopra l’arcone è arricchito da affreschi e la decorazione continua con fregi, stucchi, cornicioni, mascheroni, balaustre, bugnati, statue e logge disposte in modo asimmetrico. Sulla torre di destra c’è un’edicola con la Madonna che sorregge il Bambino, proteso ad accogliere il visitatore, che resta colpito inevitabilmente dalla maestosità dell’architettura d’ingresso e attratto dall’intersecarsi dei volumi scultorei. L’arco, del 1921, unisce i palazzi detti Degli Ambasciatori e molte sono le ambasciate straniere che in seguito hanno scelto di risiedere in questa zona.

Convergono su piazza Mincio altre quattro strade: via Tanaro, via Brenta, via Aterno e via Rubicone. L’epicentro dell’intero “quartiere” è sottolineato dalla Fontana delle Rane, realizzata nel 1924, che sta ritornando a splendere con un accurato restauro ancora in corso: su un basso bacino circolare, appena al di sopra del piano stradale, quattro coppie di figure sorreggono ciascuna una conchiglia con una rana che versa acqua nella stessa valva. Al centro del bacino, tra le quattro conchiglie, si eleva su uno stelo ornato, una conca circolare sul cui bordo poggiano altrettante rane in atto di spiccare un salto verso lo zampillo centrale.

I villini che si affacciano sulla piazza esprimono tutti gli stili. Sono i Villini delle Fate, con le facciate e i muri perimetrali ritmati da loggiati irregolari, arconi e semiarconi, scalinate e tettoie. I soggetti delle decorazioni sono costituiti da fregi geometrici, storie medievali, immagini di città, campiture floreali. Gli alberi ad alto fusto, i cespugli, le palmette e una flora rara conferiscono un’atmosfera surreale, attraverso giochi di luci ed ombre. I materiali usati per l’esterno sono marmo, travertino, laterizio, terracotta smaltata, vetro, impostati in mosaici, cornicioni, colonnati, capitelli. Di finissima fattura le cancellate in ferro battuto e legno. L’interno è accurato e decorato da pavimenti intarsiati e mosaici colorati.

Le palazzine, meno lussuose, sono alleggerite e traforate da logge e balconi e presentano più piani. Il Palazzo del Ragno prende il nome da un grande ragno che decora il portone e che allude al lavoro dell’uomo. Una delle scritte che compare sulla sua facciata è una vera dichiarazione d’intenti dell’architetto Coppedè: Artis praecepta recentis / maiorum exempla extendo (“rappresento i precetti dell’arte moderna attraverso gli esempi degli antichi”).

Nell’arcone di un altro palazzo di piazza Mincio, al n. 2, si riconosce una citazione cinematografica: è alla scenografia del film Cabiria del 1914, il più famoso film italiano del cinema muto, che tanto aveva colpito l’immaginazione del Coppedè. Una citazione che identifica, fin dall’inizio, il “quartiere” all’arte cinematografica e come uno dei più amati dalla cinematografia. Infatti, per le sue inquietanti caratteristiche “cinegetiche”, è stato scelto come sfondo in decine di film italiani e stranieri, per lo più “gialli” e film del terrore. Questa aura misterica lo caratterizza e identifica anche per i tanti simboli esoterici presenti, più o meno espliciti, che alimentano l’alone magico aleggiante anche attorno al suo creatore, che si dice iscritto alla Massoneria e dedito a culti esoterici.

Gino Coppedè muore il 20 settembre del 1927 e il suo lavoro viene portato a termine dal suo allievo e genero Paolo Emilio Andrè. Ma già negli ultimi anni la sua opera è oggetto di giudizi critici contrastanti, e per questo Gino Coppedè non ha seguaci, rimanendo simile soltanto a se stesso. Anzi, lo “stile Coppedè” diviene l’ostacolo da abbattere sul cammino di un’architettura che si voleva nuova, rivoluzionaria, di un gusto che oggettivamente andava affermandosi, radicalmente diverso. La sua morte coincide veramente con la fine di un’epoca. Per questo, il “quartiere” costituisce per certi versi una tipologia architettonica a sé stante, un ponte tra passato e presente, tra fantasia e realtà.


Il “quartiere Coppedè” è un luogo inatteso di Roma, perché avulso da qualsiasi altra realtà storica e urbanistica della città, con un’impronta romana espressa come se fosse un lontano ricordo, celata da una commistione di segni provenienti da culture, tempi e luoghi diversi, in un continuo e sorprendente déjà vu. Potremmo definirlo, con una voluta contraddizione, il nuovo più antico dell’architettura contemporanea.

Il quartiere Trieste è uno dei più grandi e popolosi quartieri di Roma. Ricco di storia e di arte, si estende dalla zona centro-nord con il limitrofo quartiere Parioli, fino alla zona est della Capitale. È ricco di monumenti archeologici e paleocristiani, ville e parchi.

Nella vasta offerta culturale di Roma Capitale nella zona, ricordiamo qui due luoghi in particolare meritevoli di una visita da abbinare alla passeggiata nel quartiere Coppedè da cui sono facilmente raggiungibili. Il primo è la splendida Villa Torlonia, sulla via Nomentana, che oltre a uno splendido parco offre al suo interno tre sedi museali diverse: Il Casino dei Principi, Il Casino Nobile e la Casina delle Civette; Il secondo è Il MACRO Museo di Arte Contemporanea di Roma, di via Nizza, posto all’interno di un edificio che è esempio di archeologia industriale, divenuto esempio di architettura contemporanea e splendida sede museale.

La soddisfazione dei visitatori per queste strutture è molto alta, come dimostrano i risultati delle indagini di qualità percepita svolte dall’Agenzia nel II semestre del 2019.


Soddisfazione media per Musei di Villa Torlonia (Casino delle Civette, Casino Nobile e dei Principi) e MACRO. II semestre 2019

Musei di Villa Torlonia: Livello di soddisfazione per l’esperienza nel complesso
MACRO: Risultati medi sulla soddisfazione degli intervistati per struttura (solo risposte valide)
FONTE: ACOS.

In questo articolo si parla di: Cultura e territorioRoma in-attesa

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